La cultura dell’interfaccia

Neal Stephenson

da: In the beginning was the command line by Neal Stephenson

 Alcuni anni fa entrai in un supermercato da qualche parte e mi si presentò il seguente tableau vivant: vicino all’ingresso, una giovane coppia stava in piedi davanti a un grande espositore di cosmetici. L’uomo teneva ottusamente un cestino tra le mani mentre la sua compagna rastrellava pacchi formato famiglia di trucchi dall’espositore e li impilava nel cestino. Da allora, ho sempre pensato a quell’uomo come la personificazione di un’interessante tendenza umana: non solo non ci offende essere abbagliati da immagini manufatte, ma ci piace. Nella pratica, ci sguazziamo dentro. Bramiamo essere complici del nostro stesso abbagliamento: pagare dei soldi per un giro di giostra, votare per un tizio che ci sta mentendo in maniera ovvia, o restare lì a tenere il cestino che viene riempito di make up.

Ero a Disneyland recentemente, nello specifico in quella parte che si chiama Magic Kingdom, in fondo a Main Street USA. È una riproduzione da cartolina di una cittadina vittoriana che culmina in un castello Disney. Era affollatissimo: praticamente strisciavamo più che camminare. Esattamente davanti a me c’era un uomo con una telecamera. Una di quelle nuove, piccole telecamere dove invece di avere un oculare vedi direttamente su un piccolo schermo piatto grande come una carta da gioco quello che sta vedendo e registrando la telecamera. La teneva, la telecamera, vicino al volto, così che gli ostruiva la vista. Invece di andare a vedere una cittadina vera gratis, aveva pagato dei soldi per vederne una finta, e invece di guardarla ad occhio nudo, la guardava in televisione.

E invece di essere a casa a leggere un libro, io ero lì a guardare lui.

La preferenza degli occidentali per le esperienze mediate è abbastanza ovvia, e non ho intenzione di continuare a girare intorno a questo concetto. Non farò neanche commenti presuntuosi al riguardo  −  dopotutto io ero lì, a Disneyland, e avevo pagato il biglietto. Ma questa cosa è chiaramente collegata al successo colossale delle interfacce grafiche, e quindi devo parlarne un pochino. Disney produce esperienze mediate meglio di chiunque altro. Se capissero cos’è un sistema operativo, e perché la gente li usa, potrebbero massacrare Microsoft in un paio d’anni.

Nella parte di Disneyland che si chiama Animal Kingdom c’è un’attrazione che ha aperto nel marzo del 1999, che si chiama Maharajah Jungle Trek. È la riproduzione completa, pietra per pietra di un’ipotetica rovina nella giungla indiana. Secondo la storia, fu costruita nel Sedicesimo secolo come riserva di caccia da un rajah locale, che ci sarebbe andato a caccia di tigri del Bengala con i suoi principeschi ospiti. Col passare del tempo finì abbandonata e le tigri e le scimmie la occuparono; alla fine, intorno all’indipendenza indiana, fu trasformata in un parco naturale statale, ora aperto ai visitatori.

Quel posto assomiglia a quanto ho appena descritto più di qualsiasi edificio in India. Tutte le pietre nei muri sbrecciati sono erose come se le piogge monsoniche lo avessero colpito per secoli, la pittura sui meravigliosi disegni murali è sbiadita e corrosa alla perfezione, e tigri del Bengala passeggiano in mezzo a basi di colonne rotte. Dove sono state fatte riparazioni moderne all’antica struttura, sono state fatte non come le farebbe un ingegnere della Disney ma come le farebbe un tirchio custode indiano con pezzi di bambù e pezzi rugginosi di tondino di ferro. La ruggine ovviamente è pitturata, e il tutto è protetto dalla vera ruggine da una copertura di plastica trasparente, ma non si nota se non ti metti a guardare da vicino.

C’è una parte in cui cammini lungo un muro di pietra con una serie di vecchi fregi in bassorilievo. Un margine del muro è crollato al suolo, forse per un qualche terremoto dimenticato, e una grossa crepa curva attraversa un paio di pannelli, ma la storia è ancora leggibile: in principio il caos primordiale porta a un fiorire di specie animali. Poi vediamo l’Albero della Vita circondato da diversi animali. Questa è un’ovvia allusione (un tie-in, nel gergo del cinema) al gigantesco Albero della Vita che domina il centro del Disney Animal Kingdom come il Castello domina il Magic Kingdom o la Sfera domina Epcot. Ma è reso in uno stile storicamente corretto e potrebbe ingannare probabilmente chiunque non abbia un dottorato in storia dell’arte indiana.

Il pannello successivo mostra un H. Sapiens baffuto che taglia l’Albero della Vita con una scimitarra, e gli animali che scappano per ogni via possibile. Il pannello dopo quest’ultimo mostra l’uomo fuorviato che viene sommerso da uno tsunami, parte di un Diluvio dell’Ultimo Giorno presumibilmente provocato dalla sua stupidità. L’ultimo pannello, quindi, ritrae un Alberello della Vita che ricomincia a crescere, ma adesso l’Uomo ha buttato l’arma affilata e si è unito agli altri animali  nello stare intorno all’albero e adorarlo.

In altre parole, è la Profezia del Collo di Bottiglia: lo scenario, normalmente sposato dai moderni ambientalisti, che il mondo è a ridosso di un periodo di gravi tribolazioni ecologiche che dureranno per decenni o secoli, fino a quando troveremo un nuovo e armonioso modus vivendi con la Natura.

Preso nella sua interezza, il fregio è un lavoro decisamente brillante. Ovviamente non è un’antica rovina indiana, e c’è qualche persona vivente che ne merita il credito. Ma non ci sono firme sulla riserva di caccia del Marajah a Disneyland. Non ci sono firme da nessuna parte, perché rovinerebbe tutto l’effetto, avere una lista lunga e fitta di riconoscimenti e ringraziamenti appesa ad ogni mattone disegnato a mano come fanno in fondo ai film di Hollywood.

Tra gli scrittori di Hollywood, Disney ha la reputazione di essere come una matrigna molto cattiva. Non è difficile capire il perché. Il mestiere della Disney è produrre un prodotto di illusione senza soluzione di continuità: uno specchio magico che riflette il mondo migliore di com’è in realtà. Ma uno scrittore sta letteralmente parlando ai suoi lettori, non sta solo creando un’ambientazione né gli sta solo presentando qualcosa da guardare; e come l’interfaccia a riga di comando apre un canale molto più diretto ed esplicito tra utente e macchina dell’interfaccia grafica, così è tra scrittore e lettore con le parole.

La parola, alla fin fine, è l’unico sistema di codifica del pensiero − l’unico medium − che non è fungibile, che rifiuta di dissolversi nel torrente divorante dei media elettronici. I turisti più ricchi a Disneyland indossano magliette con stampato il nome di un qualche designer famoso, perché i design stessi possono essere copiati facilmente e con impunità. L’unico modo per fare dei capi d’abbigliamento che non possono essere legalmente riprodotti è stamparci sopra parole coperte dal copyright e dalle leggi sui marchi; una volta fatto quel passo, il capo in sé non ha più importanza, e una maglietta vale l’altra. Magliette con parole costose scritte sopra sono ora le insegne del ceto superiore. Magliette con parole economiche o senza parole del tutto sono per i commoners.

Ma questa qualità speciale delle parole e della comunicazione scritta avrebbe lo stesso effetto sui prodotti Disney che fare dei graffiti con la bomboletta su uno specchio magico. Così, la Disney effettua la sua comunicazione per lo più senza ricorrere alle parole, e per lo più, delle parole non si sente la mancanza. Alcune delle proprietà Disney più vecchie, come Peter Pan, Winnie Pooh e Alice nel Paese delle Meraviglie, vengono dai libri. Ma gli autori dei libri sono raramente o mai menzionati, e nei Disney Store i libri originali non vengono venduti. Se potessi comprarli, comunque, sembrerebbero vecchi e strani, come delle pessime imitazioni della più pura e autentica versione Disney. Paragonati alle produzioni più recenti come la Bella e la Bestia o Mulan, i film Disney basati su questi libri (specialmente Peter Pan e Alice) appaiono profondamente bizzarri, e non interamente appropriati per dei bambini. C’è una ragione per questo: Lewis Carrol e J.M. Barrie erano uomini molto strani, e la natura della parola scritta è tale che la loro personale stranezza traspare attraverso tutti gli strati di disneyficazione come raggi X attraverso un muro. Probabilmente è proprio per questa ragione che Disney sembra aver smesso di comprare libri del tutto e ora trova i suoi temi e personaggi nelle fiabe tradizionali, che hanno la qualità lapidaria ed eterna degli antichi mattoni nelle rovine del Marajah.

Se posso azzardare una generalizzazione molto ampia, la maggior parte delle persone che vanno a Disneyland non hanno alcun interesse nell’assorbire nuove idee dai libri. Suona cattivo, ma ascolta: non hanno nessun interesse che gli vengano presentate delle idee in altre forme. Disneyland oggi è pieno di messaggi ambientalisti, e le guide ad Animal Kingdom possono fonderti le orecchie parlando di biologia.

Se seguissi questi turisti, nelle loro case potresti trovarvi arte, ma sarebbe il tipo di arte tradizionale in vendita nei Disney Store a tema africano o asiatico. In generale appaiono a loro agio solo con quella comunicazione che sia stata ratificata dal fatto di essere antica, di essere accettata in maniera

plebiscitaria, o entrambe le cose.
In questo mondo, gli artisti sono come gli anonimi e analfabeti scalpellini che hanno costruito le grandi cattedrali europee e poi sono scomparsi in tombe non contrassegnate nel sagrato. La cattedrale nel suo insieme è stupefacente e commovente, nonostante, e possibilmente in quanto, non abbiamo idea di chi l’ abbia costruita. Quando ci camminiamo in mezzo, ci sentiamo in comunione con tutta una cultura, non solo con un singolo scalpellino.

Disneyland funziona allo stesso modo. Se sei un intellettuale, uno scrittore o un lettore, la cosa migliore che puoi dire di questo posto è che l’esecuzione è superba, o che è divertente. Ma è facile trovare l’ambiente un po’ inquietante, perché manca qualcosa: la traduzione di tutti i suoi contenuti in esplicite parole scritte, e l’attribuzione delle idee a persone specifiche. Non puoi discuterci. Sembra che ci possano essere una valanga di cose tralasciate, come se Disneyland stesse cercando di fregarci, e possibilmente riuscendoci alla perfezione, con sottintesi nascosti e ragionamenti confusi.

Questo è precisamente quel che si perde nella transizione dalla riga di comando all’interfaccia grafica.

Disney e Apple/Microsoft fanno lo stesso mestiere: cortocircuitano la comunicazione verbale, faticosa ed esplicita con interfacce progettate a grande costo. Disney è una specie di interfaccia utente di se stessa − e più che solo grafica. Chiamiamola un’Interfaccia Sensoriale. Può essere applicata a qualunque cosa al mondo, reale o immaginaria, anche se a grandissimo costo.

Perché rifiutiamo le interfacce basate esplicitamente sulle parole e ci dedichiamo a quelle grafiche o sensoriali − un trend che spiega il successo sia di Microsoft che di Disney? Un motivo è semplicemente che il mondo è molto complicato oggi − molto più complicato del mondo cacciatore-raccoglitore per cui i nostri cervelli sono evoluti − e quindi, semplicemente, non riusciamo a gestire tutti i dettagli. Dobbiamo delegare. Non abbiamo altra scelta che fidarci di un qualche artista senza nome della Disney o programmatore di Apple o Microsoft che faccia alcune scelte per noi, elimini un po’ di possibilità, e ci dia un riassunto ben impacchettato e comodo da consultare.
Ma un altro motivo più importante è che, durante il secolo scorso, l’intellettualismo ha fallito, e lo sanno tutti. In posti come la Russia e la Germania, la gente comune ha accettato di allentare la presa sulle tradizioni, i costumi e la religione e lasciare la palla agli intellettuali, e gli intellettuali hanno fatto un casino e trasformato il secolo in un mattatoio. Quegli intellettuali e parolai che allora erano semplicemente tediosi; ora sembrano anche pericolosi.

Noi americani siamo i soli che non sono stati colpiti da tutto questo in un qualche momento. Siamo liberi e prosperi perché abbiamo ereditato sistemi politici e di valori fabbricati da un particolare gruppo di intellettuali del Diciottesimo secolo che ci hanno azzeccato per caso. Ma abbiamo perso il contatto con quegli intellettuali, e con qualunque cosa simile all’intellettualismo, al punto che sappiamo leggere ma non leggiamo più libri. Sembra che siamo molto più a nostro agio nel propagare quei valori alle generazioni future in maniera non verbale, attraverso un processo di immersione nei media. All’apparenza, questa cosa funziona almeno fino a un certo punto, visto che in molti Paesi la polizia oggi si lamenta del fatto che la gente del posto, quando viene arrestata, chiede che gli vengano letti i diritti Miranda, proprio come si vede nei telefilm americani. Quando gli spiegano che sono in un Paese diverso e lì quei diritti non esistono, si scandalizzano. Le repliche di Starsky e Hutch doppiate nelle diverse lingue potrebbero risultare nel lungo periodo una forza per i diritti umani maggiore della Dichiarazione di Indipendenza.

Una superpotenza gigantesca, nucleare e ricchissima che propaga i suoi valori fondamentali attraverso l’immersione nei media non sembra un’idea geniale. C’è un ovvio rischio di perdere il controllo. Le parole sono l’unico mezzo di comunicazione immutabile che abbiamo, motivo per cui sono il veicolo scelto per concetti importantissimi come i Dieci Comandamenti, il Corano o la Costituzione. A meno che i messaggi proposti dai nostri media siano in qualche modo collegati a un insieme di precetti fissato e scritto, possono rimbalzare un po’ dappertutto ed è possibile che scarichino secchiate di sterco nelle menti delle persone.

A Orlando, Florida, c’era un’installazione militare che si chiamava McCoy Air Force Base, con lunghe piste dalle quali i B-52 potevano decollare e raggiungere Cuba o praticamente qualsiasi altro posto, carichi di bombe atomiche. Oggi, però, la Base McCoy è stata chiusa e riutilizzata.  È stata inglobata nell’aeroporto civile di Orlando. Oggi, le lunghe piste servono per l’atterraggio dei 747 carichi di turisti dal Brasile, dall’Italia, dalla Russia e dal Giappone, così che possano andare a Disneyland e immergersi nei nostri media per un po’.

Per le culture tradizionali, specialmente quelle basate sulla parola come l’Islam, questo è infinitamente più pericoloso di quanto siano mai stati i B-52.  È ovvio a chiunque al di fuori degli Stati Uniti, che i nostri superslogan: “multiculturalismo” e “diversità”, sono falsi fronti usati (spesso inconsciamente) per nascondere un movimento globale di sradicamento delle differenze culturali. Il principio di base del multiculturalismo (o “rispetto le diversità” o qualunque nome si voglia dargli) è che le persone devono smettere di giudicarsi le une con le altre, smettere di sostenere (e, infine, smettere di credere) che questo è giusto e quello è sbagliato, questo è vero e quello è falso, una cosa è bella e l’altra brutta, che Dio esiste o che ha questo insieme di qualità.

La lezione che la maggior parte delle persone si porta a casa dal Ventesimo Secolo è che, perché un numero grande di culture coesistano pacificamente sul pianeta (o persino nel vicinato) è necessario che la gente sospenda il giudizio in questo modo. Da qui deriva, penso, il nostro sospetto e ostilità verso tutte le figure di autorità nella cultura moderna. Come David Foster Wallace ha spiegato nel suo saggio “E Unibus Pluram”, questo è il messaggio fondamentale della televisione; o comunque è il messaggio che la gente si porta a casa dopo essere stata immersa nei nostri media abbastanza a lungo. Non è espressa in termini così ampollosi, ovviamente. Traspare in forma di assunto: l’assunto che tutte le figure di autorità − insegnanti, generali, poliziotti, politici, sacerdoti, direttori − sono buffoni ipocriti ed essere cool ed edonisti sia l’unico modo di essere.
Il problema è che una volta che hai abbandonato la capacità di giudicare cos’è giusto e cosa sbagliato, vero e falso, eccetera, non rimane nessuna cultura. Tutto quel che resta è balli di gruppo e pizzi svolazzanti. La capacità di giudicare da soli, di credere a dei principi, di avere una direzione morale è l’unico scopo di avere una cultura. Credo sia per questo che ogni tanto a Luxor spuntino dei tizi con dei mitra e infilino delle pallottole dentro a degli occidentali. Capiscono perfettamente la lezione della McCoy Air Force Base e quando i figli arrivano a casa col berretto dei Chicago Bulls girato all’indietro, i padri escono di testa.

L’anti-cultura globale che è stata trasportata in ogni buchino di mondo dalla televisione è una cultura di per sé, e paragonata a culture grandiose e antiche come l’Islam o la Francia sembra enormemente inferiore, per lo meno in prima istanza. L’unica cosa positiva che se ne può dire è che rende le guerre mondiali e gli Olocausti meno probabili, il che è in effetti una cosa estremamente buona!

L’unico vero problema è che chiunque non abbia cultura, a parte questa monocultura globale, è fottuto nella maniera più completa e assoluta. Chiunque cresca guardando la TV, non studi alcuna religione o filosofia e sia cresciuto in un’atmosfera di relativismo morale, impari l’educazione civica guardando i servizi sulle manifestazioni su MTV e si laurei in università dove professori postmodernisti si sbattono per sopraffarsi l’un l’altro nel demolire le nozioni tradizionali di verità e qualità, sarà  un essere umano abbastanza inutile. E − di nuovo − forse lo scopo di tutto questo è renderci inutili così che non ci bombardiamo con l’atomica tutti insieme.

D’altro canto, se sei cresciuto in una cultura specifica, finisci per avere una scorta di strumenti di base per pensare e capire il mondo. Potresti usare questi strumenti per rifiutare la cultura in cui sei cresciuto, ma per lo meno hai gli strumenti.

In questo Paese, la classe dirigente − che popola i consigli di amministrazione e i più importanti studi legali − lo capisce a qualche livello. Fanno la loro parte nel parlare di multicultura e diversità e non-giudicare, ma non allevano i loro figli in quel modo. Ho amici molto ben istruiti e di grande abilità tecnica che sono andati ad abitare e crescere i loro figli in piccole cittadine dell’Iowa, e ci sono comunità di ebrei assidici in cui numerosi bambini sono cresciuti secondo le credenze tradizionali. Qualsiasi comunità suburbana può essere considerata come un luogo in cui si stabilisce la gente che ha determinati (spesso sottintesi) principi per vivere con altri che la pensano allo stesso modo.

E non solo queste persone si sentono responsabili verso i loro figli, ma anche verso il Paese nella sua interezza. Alcune persone delle classi elevate sono vili e ciniche, ovviamente, ma molti usano almeno parte del loro tempo nel discutere in quale direzione il Paese stia andando e quali responsabilità hanno. E così questioni importanti per gli intellettuali che leggono i libri, come il collasso della globalizzazione, alla fine percolano attraverso la porosità della cultura di massa e si manifestano come antiche rovine in Orlando, Florida.

La cultura contemporanea è un sistema bipartito, come i Morlock e gli Eloi in “La macchina del tempo” di H.G. Wells, ma al contrario. Ne “La macchina del tempo”, gli Eloi erano una logora classe dirigente, mantenuta da molti Morlock sotterranei che facevano girare le ruote della produzione e della tecnologia. Nel nostro mondo funziona al contrario. I Morlock sono la minoranza, ma dirigono le danze, perché capiscono come tutto funziona. Gli Eloi sono molti di più, e imparano ogni cosa in quanto immersi dalla nascita nei media elettronici diretti e controllati dai Morlock lettori di libri. Un numero così alto di persone ignoranti potrebbe essere pericoloso se indirizzato nella direzione sbagliata, e quindi abbiamo evoluto una cultura popolare che: 1) è contagiosa in maniera quasi incredibile e 2) castra ogni persona che ne viene contagiata, rendendola inabile ad avere un giudizio ed incapace di mantenere una posizione precisa.

I Morlock, che hanno l’energia e l’intelligenza per capire i dettagli, escono e imparano cose difficili e complesse, e producono Interfacce Sensoriali modello Disney così che gli Eloi possano percepirne la sostanza senza dover stancare le proprie menti o, Dio non voglia, annoiarsi. Questi Morlocks andranno in India ed esploreranno meticolosamente centinaia di rovine; poi torneranno a casa e ne costruiranno versioni idealizzate e senza puzza: un trailer di realtà, praticamente. Questo costa moltissimo, perché i Morlock vogliono caffè buono e biglietti di prima classe, ma non è un problema, perché gli Eloi amano essere abbagliati, e pagheranno felici per tutto questo.

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